Le richieste di riscatto da parte degli hacker che lanciano attacchi ransomware avvengono “normalmente in criptovalute che corrispondono a volte a un controvalore cospicuo”: “Il Bitcoin è uno degli asset virtuali più utilizzati ma non è il solo“. Lo ha detto Bruno Frattasi, direttore generale dell’Agenzia per la cybersicurezza nazionale davanti alla Commissione parlamentare di vigilanza sull’anagrafe tributaria.
“Il ransomware è un danno informatico, ma anche è anche un danno economico perchè la restituzione del patrimonio informatico viene accompagnato dalla richiesta di un riscatto da pagare normalmente in criptovalute” ha detto Frattasi che, rispondendo a una domanda sulle cripto più utilizzate, ha aggiunto: “Il tema non è tanto quale criptovaluta sia più utilizzata ma il presidio dei trasferimenti: nel sistema della moneta reale questo è affrontato con l’obbligo di notifica e di segnalazione delle operazioni sospette mentre nel blockchain non esiste intermediazione da parte di un soggetto centralizzato e quindi l’intercettazione dei trasferimenti nei casi dei ransomware non è presidiata come nel sistema della moneta reale“.