Dietro la maggior parte dei siti analizzati si trova un’infrastruttura tecnica molto concentrata: Google Fonts è presente sul 58,4% dei siti, Google Analytics 4 sul 56,7%, Cloudflare sul 28,9%, Google Tag Manager sul 27,6% e Google reCAPTCHA sul 23,3%. Il più diffuso strumento pubblicitario non riconducibile a Google è il Meta Pixel, presente sul 16,4% dei siti.
Non si tratta solo di strumenti pubblicitari: font, analytics, CAPTCHA e tag management sono elementi spesso invisibili all’utente, ma essenziali per il funzionamento quotidiano dei siti. È proprio questa dimensione poco visibile a rendere centrale una gestione corretta del consenso.
È quanto emerge dall’ultima analisi dell’Osservatorio di iubenda, ecosistema europeo dedicato alla conformità digitale, basata sui dati aggregati delle scansioni periodiche che gli strumenti proprietari eseguono sui siti dei clienti, prevalentemente europei, a supporto della gestione del consenso. La fotografia mostra come una parte significativa del sistema digitale dipenda da un numero limitato di operatori internazionali: un elemento che si inserisce nel più ampio dibattito sulla sovranità digitale e sulla concentrazione delle infrastrutture tecnologiche.
Cookie di prima o di terza parte: l’importante è il consenso
Il dato più rilevante riguarda però la natura del tracciamento. Dai dati emerge che circa il 74% dei tracker è di prima parte: viene cioè impostato sul dominio del sito visitato, per lo più come cookie, anziché provenire da un dominio esterno. È però importante chiarire un equivoco molto diffuso: “prima parte” non significa che i dati rimangano esclusivamente sul sito né che il consenso non sia necessario. La distinzione tra prima e terza parte riguarda esclusivamente il dominio che imposta il cookie, non il destinatario finale delle informazioni raccolte.
Questo aspetto assume particolare rilevanza anche dal punto di vista tecnico. I browser moderni limitano principalmente i cookie di terze parti, mentre quelli di prima parte continuano normalmente a funzionare. Inoltre, con l’adozione di architetture di raccolta dati lato server, una parte delle comunicazioni non è nemmeno direttamente visibile tra le richieste effettuate dal browser. Per questo motivo, la classificazione tecnica del cookie non può essere considerata il principale elemento di tutela della privacy.
“Quando si parla di tracciamento online, si tende a pensare che il punto decisivo sia la distinzione tra cookie di prima e di terza parte. In realtà non basta guardare da dove arriva un cookie: bisogna capire a cosa serve”, commenta Giulia Stancampiano, Head of Legal di iubenda. “Anche un tracker di prima parte può richiedere consenso se non è strettamente necessario. Per questo il banner non deve essere solo una finestra informativa: deve essere collegato a un sistema capace di bloccare davvero le tecnologie non necessarie fino alla scelta dell’utente”.
Guardando al futuro, l’evoluzione degli agenti basati su intelligenza artificiale potrebbe rendere la gestione del consenso ancora più articolata, distribuendo le interazioni tra più servizi e ambienti digitali.
“È uno scenario ancora in evoluzione – aggiunge Stancampiano – ma coerente con il quadro attuale: l’esperienza digitale poggia su un ecosistema tecnico complesso e spesso poco visibile all’utente, che richiede strumenti capaci di rendere trasparenti, verificabili e documentabili le scelte sul trattamento dei dati. In questo contesto iubenda vuole continuare a essere un punto di riferimento per la compliance digitale e per l’adeguamento normativo”.










