L’intelligenza artificiale bussa alle porte dell’Australia, ma pone le sue condizioni. Anthropic, uno dei colossi statunitensi più influenti nel settore dell’AI, sta esercitando forti pressioni sul governo di Canberra affinché modifichi le proprie normative sulla proprietà intellettuale. In gioco ci sono massicci investimenti infrastrutturali nel Paese, a partire dalla costruzione di nuovi e strategici data center.
La notizia è emersa da documenti informativi ufficiali resi pubblici in virtù delle leggi australiane sulla libertà di informazione (FOIA). Carte alla mano, l’amministratore delegato e co-fondatore di Anthropic, l’italo-americano Dario Amodei, ha incontrato lo scorso aprile il ministro del Tesoro australiano, Jim Chalmers. L’obiettivo esplicito del numero uno della tech-company era quello di discutere i piani di espansione sul mercato locale, affrontando però preventivamente quelli che l’azienda considera i principali ostacoli all’addestramento dei sistemi di intelligenza artificiale in Australia: “in particolare – si legge nei documenti – la riforma del diritto d’autore”.
Il nodo della contesa è globale, ma a Canberra rischia di diventare un braccio di ferro politico. Negli Stati Uniti, Anthropic e altri giganti del settore difendono la tesi secondo cui l’utilizzo di dati e opere protette per l’addestramento degli algoritmi rientri nel cosiddetto “fair use” (l’uso legittimo), una dottrina giuridica che consente l’impiego di materiale protetto senza richiedere il preventivo consenso degli autori o il pagamento di royalty.
Una posizione che però trova un muro compatto dall’altra parte della barricata. Una vasta coalizione di artisti e creativi sta infatti portando avanti un’intensa attività di lobbying sul governo australiano di centro-sinistra, guidato dal premier Anthony Albanese, affinché respinga qualsiasi proposta di deregolamentazione. Secondo la comunità artistica, concedere il via libera ad Anthropic e concorrenti significherebbe legalizzare lo sfruttamento gratuito e indiscriminato del lavoro intellettuale.
L’esecutivo australiano, per ora, si muove con estrema cautela, stretto tra l’attrattiva economica di diventare un hub tecnologico per l’area dell’Oceania e la tutela del proprio patrimonio culturale e industriale. Nelle note ufficiali diffuse nelle ultime ore, i funzionari governativi hanno contestato apertamente la linea del “fair use” presentata da Amodei, mettendo nero su bianco che per l’Australia la questione della proprietà intellettuale legata all’AI “rimane del tutto irrisolta”.
La partita è aperta: resta da capire se Canberra cederà alle lusinghe dei data center o se sceglierà la linea dura a difesa del copyright.










