L’innovazione tecnologica si appresta a diventare il vero motore dell’economia globale nel prossimo decennio, con un valore stimato di 16.400 miliardi di dollari entro il 2033. Tuttavia, questa enorme ricchezza rischia di acuire le distanze tra le economie avanzate e il resto del mondo. È quanto emerge dal nuovo studio condotto da ISPI e Deloitte in occasione del NEXT Milan Forum.
Le tecnologie di frontiera
Al centro di questa rivoluzione troviamo le cosiddette “tecnologie di frontiera”: intelligenza artificiale (IA), calcolo quantistico, robotica avanzata, droni e clean tech. L’abbassamento dei costi, in particolare per i modelli di linguaggio (LLM), sta permettendo una diffusione capillare dell’IA non solo nelle grandi multinazionali, ma anche nelle piccole imprese.
Produttività e divario globale
Nonostante il potenziale, i benefici non sono distribuiti equamente. Paesi come Stati Uniti e Regno Unito potrebbero vedere un incremento annuo della produttività del lavoro fino a 1,3 punti percentuali. Al contrario, in Italia e Giappone, la diffusione dell’IA lungo le filiere produttive appare più disomogenea, frenando in parte il salto di qualità dei sistemi nazionali.
L’allarme: il “Digital Divide”
Il rapporto evidenzia numeri impietosi sul fronte dell’infrastruttura:
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Connettività: Solo il 23% della popolazione nei Paesi a basso reddito è online, contro il 94% delle economie avanzate.
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Dati: Il 77% della capacità globale dei data center è concentrata nei Paesi ad alto reddito; i Paesi poveri detengono meno dello 0,1%.
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Competenze: Meno del 5% della popolazione nelle nazioni meno sviluppate possiede competenze digitali di base, a fronte del 66% nei mercati avanzati.
Senza una governance globale e investimenti massicci in infrastrutture e formazione, il rischio è che la “tecnologia di frontiera” diventi una barriera insormontabile anziché un’opportunità di sviluppo per tutti.










