Just Eat e il modello dei rider dipendenti: un’eccezione italiana
Nel panorama del food delivery italiano, la scelta di Just Eat rappresenta un caso quasi unico. L’azienda è infatti l’unica piattaforma ad aver puntato esclusivamente su rider assunti come dipendenti. Eppure il contratto nazionale che applica — un integrativo della logistica firmato da Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uil Trasporti e rinnovato il 12 febbraio scorso — resta poco diffuso nel settore: secondo le stime, viene utilizzato circa dieci volte meno rispetto al contratto sottoscritto dalla sola Ugl, considerato dai sindacati un accordo al ribasso, basato sul cottimo e privo di tutele.
Secondo Assodelivery, quel modello riguarda circa 27 mila rider, contro i circa 2.500 dipendenti Just Eat. Tra questi c’è Stefano, 49 anni, romano, assunto nel 2021 dopo anni di lavoro precario sulle piattaforme. «Non ho avuto dubbi», racconta. «È stata una liberazione: prima vivevo sempre connesso, anche trenta consegne al giorno. Ora ho ripreso in mano la mia vita».
Cosa prevede il contratto
Negli anni il contratto Just Eat si è evoluto. Dopo la fase sperimentale, il compenso non è più una paga oraria fissa — inizialmente 8,5 euro, poi salita a 11 — ma è legato al minimo contrattuale della logistica.
Come spiega Danilo Morini della Filt-Cgil, oggi i rider raggiungono il 100% del minimo in 14 mesi, mentre prima servivano due anni. Questo ha consentito di introdurre scatti automatici e aumentare le retribuzioni.
Attualmente:
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un full time da 39 ore vale circa 1.750 euro lordi mensili;
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il part-time da 30 ore, il più diffuso, arriva a circa 1.500 euro.
Il contratto include inoltre tredicesima, quattordicesima, ferie, permessi, maternità, malattia, copertura per infortuni e contributi previdenziali.
Il rinnovo triennale 2025-2027 rafforza un modello che, secondo i sindacati, ha ridotto il turnover sotto il 20% e trasformato un lavoro spesso temporaneo in occupazione stabile. I contratti minimi da 10 ore, molto diffusi all’inizio, oggi sono residuali. L’azienda parla di una permanenza media superiore ai due anni.
Sono stati inoltre introdotti:
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un fondo da 300 mila euro per il premio di risultato,
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rimborsi chilometrici confermati,
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applicazione del protocollo meteo per la sicurezza.
«Per molti rider è diventato un lavoro continuativo», osserva Morini, sottolineando come altre piattaforme paghino anche solo 2,5 euro a consegna, con turnover oltre il 50%. «Un dumping che danneggia tutti».
Dalla precarietà alla stabilità
Stefano oggi lavora full time, è diventato captain rider — con un’indennità aggiuntiva — e guadagna circa 2.000 euro al mese tra stipendio, rimborsi e indennità. Coordina i colleghi, controlla i dispositivi di sicurezza e organizza le partenze.
«Prima si correva sempre per non perdere il ranking», racconta. «Ora il ritmo è sostenibile. Siamo pagati anche se non consegniamo e chi sceglie il part-time lo fa perché ha altri lavori». Sempre più rider, aggiunge, gli chiedono come ottenere un contratto simile.
L’appello al settore
L’azienda non commenta le inchieste della Procura di Milano che riguardano i concorrenti Deliveroo e Glovo. Tuttavia il country manager Daniele Contini lancia un messaggio chiaro: serve un modello di consegne sostenibile, perché «il vero progresso non è consegnare più velocemente a qualsiasi costo».
Da qui la richiesta di un quadro regolatorio condiviso che coinvolga istituzioni e parti sociali, con regole uguali per tutti, per evitare dumping e sfruttamento e rendere più equilibrato l’intero settore del delivery.










