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Home News Criptovalute

Asset digitali: in Italia +103% negli ultimi 2 anni di clienti che detengono crypto-attività per un valore in portafoglio di circa 2 miliardi di euro

5 Febbraio 2026
in Criptovalute, News
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I Bitcoin sono prodotti finanziari, lo dice una sentenza della Cassazione

Bitcoin Cryptocurrency Digital Bit Coin BTC Currency Technology Business Internet Concept.

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«In Italia dal punto di vista della domanda il numero di clienti che detengono crypto-attività è aumentato del 103% negli ultimi due anni, raggiungendo circa 1,4 milioni di soggetti tra persone fisiche e persone giuridiche1. Il valore totale in portafoglio è pari a circa 2 miliardi di euro, con un valore medio per cliente di 1.400 euro mentre la clientela è prevalentemente giovane in quanto il 64% ha un’età compresa tra 18 e 39 anni, di cui il 37% nella fascia tra 18 e 29 anni». Così Paolo Gianturco, FSI Consulting Leader di Deloitte, e Maria Fazio, Wealth Management & Insurance Regulatory Leader di Deloitte, sono intervenuti in merito al tema degli asset digitali su Voices, la piattaforma che ospita i commenti a firma degli esperti Deloitte.

«Questi dati – aggiungono Gianturco e Fazio – si inseriscono in un mondo come quello degli strumenti finanziari che è sempre più soggetto a radicali cambiamenti. Gli asset digitali sono rappresentazioni di valore memorizzate su blockchain, una tecnologia a registro distribuito che funziona come un libro mastro digitale, sicuro e trasparente. Per chi lavora nel campo interessarsi a questo tipo di strumenti è diventato fondamentale, per il semplice fatto che sta trasformando completamente il modo in cui ci interfacciamo con gli asset finanziari, dal denaro agli investimenti. Però i bitcoin e le tanto discusse criptovalute ci portano spesso fuoristrada, gettando ombra sulle reali potenzialità di questa tecnologia».

«Ci sono diverse categorie di cripto-attività come strumenti finanziari tokenizzati che sono qualificabili come tali ai sensi della MiFID II», spiegano gli esperti Deloitte. «Il Regolamento MiCA distingue le cripto-attività in diverse tipologie sulla base delle loro caratteristiche e delle modalità di stabilizzazione del valore. I token collegati ad attività (Asset-Referenced Tokens – ART) mirano a mantenere un valore stabile facendo riferimento a un altro valore o diritto, oppure a una combinazione o a un paniere degli stessi, che può includere anche una o più valute ufficiali. I token di moneta elettronica (Electronic Money Tokens – EMT) sono invece progettati per stabilizzare il proprio valore facendo riferimento a una sola valuta ufficiale e sono comunemente noti come stablecoin. Il Regolamento MiCA include infine una categoria di cripto-attività diverse dai token collegati ad attività o dai token di moneta elettronica (Other), che comprende un’ampia gamma di strumenti, tra cui gli utility token. Ci sono ancora però alcune cripto-attività, non ancora coperte da regolamentazione, come ad esempio i Non-Fungible Token (NFT) che includono, ad esempio, rappresentazioni di arte digitale e oggetti da collezione».

Sul mercato italiano sono presenti dinamiche significative dal punto di vista sia dell’offerta che della domanda. Dal punto di vista dell’offerta, il numero di Virtual Asset Service Provider (VASP) iscritti all’OAM è cresciuto del 58% dal Q1 2023 alla fine del 2024, raggiungendo 166 operatori. Tuttavia, dal Q1 2025, con l’entrata in vigore della MiCA, si osserva una progressiva transizione verso i Crypto Asset Service Provider (CASP) regolamentati. Attualmente non risulta ancora nessun CASP Italiano approvato dal regolatore, mentre vi sono 57 CASP europei che sono automaticamente abilitati ad operare in Italia. La Germania è il Paese con il maggior numero di CASP (13), seguita dall’Olanda (11) e dalla Francia (9). Inoltre, secondo i dati di Banca d’Italia2 aggiornati al 22 ottobre 2025, sono state presentate 41 istanze di interlocuzione e 10 pre-filing. I servizi maggiormente richiesti nelle istanze di interlocuzione sono: scambio cripto versus fondi (34 istanze), custodia (31), scambio cripto versus cripto (31), esecuzione di ordini (26), trasferimento (24).

«Per quanto riguarda i principali rischi di cui gli investitori devono essere consapevoli, le criptovalute presentano alcune criticità rilevanti» – precisano gli esperti – «in primo luogo, la volatilità rappresenta uno degli elementi di rischio più evidenti: il prezzo di Bitcoin e degli altri crypto-asset può infatti registrare variazioni molto rapide e significative, sia al rialzo sia al ribasso. Un secondo profilo di rischio riguarda la liquidità. In particolare, nei mercati di dimensioni ridotte, l’investitore potrebbe non riuscire a vendere l’asset nel momento desiderato o al prezzo atteso. Possono verificarsi una scarsa profondità di mercato, ampi scostamenti di prezzo (price gaps) in presenza di elevata volatilità e, in alcuni casi, disfunzioni delle piattaforme di scambio, soprattutto per le criptovalute non appartenenti alle principali capitalizzazioni (Non major cripto). Infine, assumono rilievo i rischi informatici. Gli attacchi cyber a carico di exchange e wallet rappresentano una minaccia concreta: in caso di violazioni dei sistemi di sicurezza, i fondi degli investitori possono essere esposti a perdite, con conseguenze potenzialmente rilevanti».

«Inoltre, come per ogni investimento, è necessario agire con prudenza e rivolgersi ad intermediari qualificati, per evitare di cadere in operatori malevoli che forniscono informazioni false o fraudolente, ma questo è un consiglio che vale per qualsiasi prodotto finanziario. In questo contesto è giusto restituire anche una panoramica del quadro fiscale, che è ad oggi definito sia per gli investitori che per gli intermediari. Per gli investitori vi è una differenza nell’imposta sostitutiva sulle plusvalenze a seconda che si acquistino criptovalute direttamente (33%) o si acquistino prodotto finanziari con sottostanti criptovalute, come gli ETP (26%)», sottolineano Gianturco e Fazio.

Per gli intermediari che intendono agire in qualità di sostituti d’imposta, il contesto fiscale di riferimento prevede complessità operative rilevanti. Più in dettaglio, tali soggetti sono chiamati a implementare procedure specifiche per il calcolo e il versamento dell’imposta sostitutiva, per la gestione della compensazione delle minusvalenze (raccogliendo e verificando la documentazione comprovante il costo di acquisto), e per la presentazione del Modello 770. Inoltre, gli intermediari devono gestire l’applicazione dell’imposta di bollo, pari a 2 per mille annuo, su tutte le cripto-attività detenute per conto dei clienti e, a partire dal 2026, dovranno altresì conformarsi agli obblighi di scambio automatico di informazioni fiscali previsti dalla DAC8.

«In conclusione, il messaggio per le imprese è chiaro: il momento è ora. Rimandare significa esporsi al rischio di perdere competitività. La maggiore chiarezza normativa ha creato un contesto favorevole in cui le aziende, trasversalmente ai settori, sono chiamate a valutare come gli asset digitali possano generare valore e rafforzare i propri modelli di business. Il futuro della finanza si delinea sempre più come digitale, decentralizzato e trasparente», concludono gli esperti Deloitte.

Tags: cryptonews
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