Un solo errore. Una frazione di secondo. Una vita in cui si verrà ricordati per un trionfo o un fallimento. È successo a Lindsey Jacobellis che, convinta di aver conquistato l’oro alle Olimpiadi invernali del 2006, festeggiò il suo successo prima del tempo e poi arrivò seconda. Ed è successo a Yuzuru Hanyu che, grazie a un’esibizione impeccabile nonostante la straordinaria pressione, è riuscito a conquistare la gloria olimpica e a cambiare in un istante la sua carriera. Le Olimpiadi invernali non perdonano e neppure la vita professionale. In entrambi gli ambiti, preparazione, personalità e performance sotto pressione decidono chi va avanti e chi scompare.
Con l’avvicinarsi dei Giochi olimpici invernali di Milano-Cortina 2026, che riporteranno l’Italia al centro della scena sportiva internazionale dopo Torino 2006, Hogan Assessments – azienda leader globale nella valutazione della personalità e nello sviluppo della leadership – ha analizzato le performance olimpiche per individuare tre strategie fondamentali che i professionisti italiani possono applicare alla propria carriera.
N. 1 – Impegno: la virtù di chi continua a vincere
Il talento non basta per diventare campioni olimpici, serve una disciplina rigorosa. L’impegno è quel tratto della personalità collegato all’affidabilità, all’organizzazione e all’autocontrollo ed è un predittore ricorrente di performance sempre elevate, sulla neve e in ufficio. Le ricerche mostrano che l’impegno è uno dei tratti della personalità più utili per prevedere le prestazioni sul lavoro in tutti i ruoli e i settori.
Atleti italiani come Federica Brignone, Sofia Goggia o Arianna Fontana hanno dimostrato che la costanza negli allenamenti e la capacità di recuperare dopo gli infortuni sono decisive quanto il talento naturale.
Nel contesto professionale italiano, questa stessa caratteristica si traduce in qualità del lavoro, rispetto delle scadenze e fiducia da parte di colleghi e manager.
“Impegnarsi non significa lavorare sodo per una settimana, ma farsi trovare pronti ogni giorno”, commenta Ryne Sherman, Chief Science Officer di Hogan Assessments e co-host del podcast The Science of Personality. “Per la leadership e la crescita professionale, questa virtù consente di prevedere a chi le persone si affidano quando la pressione è reale.”
N. 2 – Concentrazione come se fosse la finale
Se osserviamo uno sciatore qualche istante prima di affrontare una discesa libera, vedremo che indossa le cuffie, ha gli occhi fissi e il mondo intorno sembra per un attimo scomparso. La concentrazione non è un’opzione, è sopravvivenza. Gli studi dimostrano che le tecniche di visualizzazione e concentrazione possono migliorare la performance fino al 23%, in particolare in ambienti ad alta pressione (Frontiers in Psychology).
Gli atleti e le atlete che partecipano alle Olimpiadi visualizzano il successo prima ancora che il momento arrivi, per ridurre l’ansia e realizzare un’esecuzione impeccabile. I professionisti possono (e devono) comportarsi allo stesso modo prima di quei momenti in cui la posta in gioco è alta, come colloqui per una promozione, presentazioni o negoziazioni cruciali.
“La concentrazione è una capacità dettata dalla personalità”, osserva Sherman. “Le persone che hanno consapevolezza di cosa le blocca, ovvero di come lo stress incide sui loro comportamenti, possono gestire le distrazioni e lavorare con lucidità quando conta di più.”
N. 3 – Competere con passione, cooperare con intelligenza
Le Olimpiadi sono un paradosso: competizione spietata abbinata a un autentico spirito di squadra. Gli atleti spingono gli avversari a essere migliori, ma condividendo intuizioni, incoraggiamento e rispetto. Questa stessa dinamica fa la differenza tra una cultura aziendale sana e una tossica. Le aziende che promuovono la collaborazione hanno cinque volte più probabilità di ottenere prestazioni elevate, secondo i dati della Harvard Business Review.
I principali professionisti sanno quando spingere e quando collaborare, ovvero competere per ottenere risultati contribuendo al contempo al successo collettivo.
“La personalità determina in che modo le persone bilanciano ambizione e cooperazione”, dice Sherman. “I leader più efficaci competono senza tagliare ponti, perché sanno che, nel lungo termine, il successo non è mai uno sport solitario.”
La storia ci offre tanti esempi di carriere, come i momenti delle Olimpiadi, che raramente sono definite da un’unica vittoria, ma che sono dovute a resilienza, consapevolezza di sé e performance coerenti. Alle Olimpiadi invernali del 1988, il saltatore con gli sci britannico Eddie “l’aquila” Edwards arrivò ultimo, eppure divenne un’icona planetaria mostrando i suoi limiti e puntando sui suoi punti di forza.
Anche se non ha vinto una medaglia, ha comunque cambiato le regole dello sport e lasciato un’eredità dura nel tempo. “Nel mondo del lavoro, la lezione è chiara: capire chi siamo, come lavoriamo sotto pressione e come ci vedono gli altri possono fare la differenza tra un successo passeggero e un successo di lungo termine. Perché, in fin dei conti, le carriere non si vincono per caso, ma si conquistano con l’intuizione, l’intenzione e la propria personalità”, conclude Sherman.










