Il settore fintech in Italia resta “ancora piccolo” e fatica a competere su scala internazionale, con imprese di dimensioni modeste, una base clienti non ancora consolidata e difficoltà a raccogliere capitali. Lo ha evidenziato Chiara Scotti, vicedirettrice generale della Banca d’Italia, durante il convegno “Ricerca e Sviluppo nel settore finanziario” organizzato oggi presso la sede della banca centrale a Milano.
Secondo Scotti, le analisi di bilancio “indicano ricavi contenuti e una struttura societaria che, pur facilitando l’avvio dell’attività, può limitare la capacità di attrarre investimenti importanti”. Per superare questi vincoli, la Banca d’Italia sottolinea l’importanza di creare un ecosistema integrato che permetta alle realtà fintech italiane di crescere in modo sostenibile e scalabile.
Un settore che cresce, ma con limiti strutturali
Il quadro tracciato da Scotti riflette dinamiche che emergono anche da altri studi e rapporti sul fintech italiano: il tessuto delle startup e delle imprese tecnologiche legate alla finanza è giovane, dinamico e orientato al B2B, ma ancora frammentato e con scarsa capitalizzazione rispetto ai principali concorrenti europei.
In particolare, l’adozione di tecnologie digitali come l’open banking, l’intelligenza artificiale e soluzioni basate su API sta crescendo, ma con un ritmo meno intenso che in altri paesi: l’Italia, pur facendo progressi tecnici e normativi, vede l’integrazione di servizi digitali ancora limitata soprattutto nel retail.
Le sfide principali: capitali, competenze e mercato
Uno dei nodi centrali resta l’accesso ai capitali. Le forme giuridiche prevalenti tra le fintech italiane — spesso società di piccola dimensione — facilitano l’avvio dell’attività ma possono ostacolare la raccolta di finanziamenti privati su larga scala rispetto a Paesi come Francia o Spagna. Questo schema accentua la dipendenza da collaborazioni con istituti finanziari tradizionali e dall’autofinanziamento.
In parallelo, le imprese italiane segnalano difficoltà nello sviluppo di competenze specialistiche digitali e nell’integrazione delle tecnologie innovative con sistemi IT esistenti, fattori che rallentano l’effettiva trasformazione dei modelli di business.
Verso un ecosistema più coeso
Per Scotti, è necessario uno sforzo coordinato tra istituzioni, mercato e sistemi imprenditoriali per promuovere non solo l’innovazione, ma anche la capacità di innovare in modo sostenibile e competitivo. In questo senso, nel discorso della vicedirettrice generale entra anche il tema delle riforme normative, come quella del Testo Unico della Finanza, attualmente all’esame del Parlamento: l’obiettivo è rendere il mercato italiano più attrattivo per gli investitori e facilitare l’accesso ai mercati dei capitali per le nuove imprese.









