Nel corso della presentazione dell’“Indagine Confindustria sul lavoro 2025”, realizzata dal Centro Studi della confederazione, Riccardo Di Stefano, delegato per l’Educazione e l’Open Innovation, ha lanciato un allarme e un invito: l’avanzata delle tecnologie digitali e dell’intelligenza artificiale (IA) nelle imprese italiane rappresenta ormai — e lo sarà sempre più — un «fattore competitivo decisivo».
Un salto di qualità per affrontare la transizione
Secondo Di Stefano, l’Italia è ormai dentro una trasformazione profonda: le aziende stanno integrando le nuove tecnologie nei processi produttivi e gestionali. Ma — ha avvertito — per non “subire” questo cambiamento, è indispensabile un salto di qualità nelle competenze. Serve un forte investimento su una formazione integrata: un ponte stabile e strutturato fra il mondo produttivo e quello educativo.
L’obiettivo non è solo aggiornare le capacità tecniche dei lavoratori, ma garantire un’adozione dell’IA «responsabile» — in grado di generare valore reale per le imprese, i lavoratori e, più in generale, per l’intero sistema produttivo italiano.
Le imprese protagoniste della formazione
Un punto importante sottolineato dall’esponente di Confindustria riguarda il ruolo crescente delle imprese nel campo educativo. I risultati dell’indagine mostrano come le aziende stiano diventando sempre più protagoniste nelle relazioni con scuole, ITS, accademie e università. In questo modo, non soltanto forniscono formazione mirata, ma assumono una responsabilità educativa diretta, anche grazie alle tecnologie abilitanti.
Secondo Di Stefano, solo attivando queste collaborazioni — e facendo leva su un sistema “misto” in cui istruzione e industria dialogano — sarà possibile gestire la transizione digitale in modo efficace e sostenibile.
IA, lavoro e competitività: una sfida collettiva
Il messaggio di Confindustria traccia una linea di demarcazione netta: la sfida non è più se adottare o meno l’intelligenza artificiale, ma come farlo in modo da trasformarla in un vantaggio competitivo per l’Italia. Per farlo, non bastano incentivi o innovazioni tecnologiche; servono competenze, cultura d’impresa e impegno pubblico-privato.
Se il processo sarà gestito con consapevolezza, secondo Di Stefano l’Italia potrà non solo modernizzare il proprio tessuto produttivo, ma anche rilanciarsi sul piano della crescita, dell’occupazione e della competitività internazionale.










