L’Europa si trova al centro di una nuova battaglia politica e istituzionale, con l’euro digitale al centro del contendere. Da un lato la Banca centrale europea (Bce), convinta sostenitrice del progetto in nome della sovranità monetaria; dall’altro, il Parlamento europeo, che frena l’iter legislativo e apre una crepa sempre più profonda all’interno delle istituzioni dell’Unione.
Negli ultimi mesi, la dialettica tra le due sponde si è fatta più accesa. La Bce, guidata da Christine Lagarde, punta a costruire un sistema di pagamento paneuropeo capace di sfidare il predominio dei giganti americani Visa e Mastercard. Ma a Strasburgo il consenso politico non arriva, soprattutto per l’opposizione del Partito Popolare Europeo (Ppe), la principale forza parlamentare, al cui interno però le posizioni restano tutt’altro che unanimi.
Il sogno di Lagarde e Panetta
Solo una settimana fa, a Firenze, Lagarde e il governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, avevano annunciato che la prima emissione dell’euro digitale è prevista per il 2029. Bankitalia è direttamente coinvolta nella costruzione della nuova infrastruttura digitale europea, considerata un passo decisivo verso l’autonomia tecnologica dell’Unione. Ma per raggiungere l’obiettivo serve un regolamento e l’approvazione politica. Ed è proprio qui che il percorso si è arenato.
Lo stop del Parlamento europeo
A bloccare la corsa è stato Fernando Navarrete, relatore del progetto per il Ppe e economista di lungo corso con esperienze nel Fondo monetario internazionale. In una relazione consegnata agli eurodeputati, Navarrete ha proposto di limitare l’uso dell’euro digitale ai soli pagamenti offline, lasciando ai privati — le stesse multinazionali statunitensi o le fintech europee — il campo delle transazioni online. Una posizione che, di fatto, depotenzia il progetto della Bce.
La reazione delle banche centrali
La replica non si è fatta attendere. Joachim Nagel, presidente della Bundesbank, e François Villeroy de Galhau, governatore della Banque de France, hanno espresso “incomprensione” per le critiche, ricordando che l’Europa non può restare indietro nell’innovazione dei sistemi di pagamento, tanto più in un contesto di crescente incertezza geopolitica. “Il vero confronto non è tra denaro pubblico e privato — hanno sottolineato — ma tra stablecoin ancorate al dollaro e moneta tokenizzata in euro.”
Il riferimento alla strategia di Donald Trump sulle criptovalute è chiaro: l’Europa rischia di arrivare in ritardo nella corsa globale alla sovranità digitale.
Le pressioni delle lobby bancarie
Dietro la resistenza politica del Ppe si muovono anche interessi economici rilevanti. Secondo diversi osservatori, le posizioni di Navarrete e del potente eurodeputato Markus Ferber rispecchiano quelle della lobby delle casse di risparmio tedesche e di una parte del sistema bancario francese, preoccupati che l’euro digitale possa spingere i cittadini a spostare fondi dai conti correnti verso i wallet della Bce.
Italia più aperta, ma prudente
Le banche italiane, invece, sembrano adottare un approccio più costruttivo: favorevoli all’euro digitale purché le modalità operative — come il tetto sui trasferimenti — non penalizzino gli istituti di credito. Il governo Meloni, in questo, appare in una posizione più equilibrata rispetto a quella del cancelliere tedesco Friedrich Merz, stretto tra la Bundesbank favorevole e un sistema bancario ostile.
Verso il vertice del 18 novembre
Tutti gli occhi sono ora puntati sul vertice franco-tedesco del 18 novembre, dedicato alla “sovranità digitale europea”, al quale parteciperà anche la Commissione Ue. Sarà l’occasione per capire se l’Europa riuscirà a superare le sue divisioni interne e trovare una linea comune sul futuro dell’euro digitale — il progetto che, più di ogni altro, misura la capacità del Vecchio Continente di costruire una vera autonomia tecnologica e monetaria.










