La transizione dalle reti in rame alla fibra ottica è ormai un passaggio obbligato per la modernizzazione delle infrastrutture digitali europee. Tuttavia, la corsa verso lo “switch-off” totale del rame rischia di trasformarsi in una trappola: se gestita in modo frettoloso o uniforme, potrebbe produrre più ostacoli che vantaggi, rallentando proprio quell’innovazione che intende promuovere.
Il contesto europeo
Con il Digital Networks Act, l’Unione Europea punta a fissare regole comuni per favorire la diffusione della connettività ultra-veloce e completare la trasformazione digitale. Tra gli obiettivi più ambiziosi figura lo spegnimento delle reti in rame entro il 2030.
Un traguardo che, almeno sulla carta, appare coerente con la necessità di spingere gli investimenti nella fibra ottica. Ma la realtà dei singoli Paesi racconta una storia diversa: solo una decina di autorità nazionali ha fissato una data concreta per il completo switch-off, e molte non hanno ancora definito un piano operativo. L’obiettivo, insomma, rischia di restare un esercizio di stile se applicato senza tener conto delle profonde differenze territoriali e infrastrutturali.
La lezione francese: gradualità e pragmatismo
La Francia è uno dei pochi Paesi ad aver adottato un approccio equilibrato. L’operatore storico Orange ha avviato nel 2022 un piano in più fasi, che prevede prima la cessazione commerciale delle linee in rame, poi la chiusura tecnica e infine la rimozione delle infrastrutture obsolete.
Pur vantando una copertura in fibra tra le più alte d’Europa — quasi totale nelle grandi città e prossima al 90% nelle aree rurali — il Paese ha scelto di non accelerare oltre misura, per evitare che cittadini e imprese restino senza alternative valide. Un modello di realismo che potrebbe ispirare anche altri contesti.
Il caso italiano: un percorso ad ostacoli
In Italia, lo switch-off del rame è soggetto a una regolamentazione molto complessa. Prima di chiudere una centrale, gli operatori devono dimostrare che l’area è interamente coperta da reti di nuova generazione e che almeno il 60% degli utenti è già migrato.
A ciò si aggiungono tempi di preavviso, procedure autorizzative e fasi tecniche che possono estendersi fino a tre anni. In un settore dove la tecnologia evolve a ritmo esponenziale, un simile orizzonte temporale rischia di rendere obsoleto ciò che ancora si sta pianificando.
La conseguenza è che, più che per mancanza di volontà, la transizione italiana procede a rilento per via di un eccesso di burocrazia e di un quadro normativo poco flessibile.
Le soluzioni alternative: un rischio di “digital divide”
Un’altra criticità riguarda le tecnologie di transizione, come il Fixed Wireless Access, il satellite o il 5G, spesso presentate come sostituti temporanei della fibra.
Queste soluzioni possono rappresentare un valido supporto in zone difficilmente raggiungibili, ma non offrono prestazioni comparabili in termini di velocità, stabilità e latenza.
Se il rame viene dismesso prima che la fibra sia pienamente disponibile, il rischio è di creare una nuova forma di disuguaglianza digitale: cittadini e imprese di serie A, connessi in fibra, e cittadini di serie B, costretti a ripiegare su tecnologie meno affidabili.
La sostenibilità economica e industriale
Oltre agli aspetti tecnici, la corsa alla fibra comporta anche sfide economiche. Le reti in rame, specie quelle ibride come l’FTTC, hanno ancora un valore residuo e servono milioni di utenti.
Spegnere queste infrastrutture richiede investimenti ingenti, non solo per gli operatori ma anche per gli utenti finali e le imprese che dovranno aggiornare i propri apparati.
Nel frattempo, la pressione competitiva del mercato italiano — con tariffe in calo del 30% negli ultimi dieci anni — riduce la capacità degli operatori di sostenere nuovi investimenti, rendendo la transizione meno sostenibile.
Verso uno switch-off intelligente
L’Europa e l’Italia dovrebbero abbandonare la logica del “tutti entro una data” e adottare invece una strategia più selettiva e orientata all’impatto.
Lo switch-off potrebbe essere avviato in modo prioritario nelle aree dove la fibra è già disponibile e dove il beneficio economico e sociale è maggiore — per esempio nei distretti industriali, nelle imprese digitali e nei centri di ricerca.
Un approccio graduale, fondato su incentivi e collaborazione tra pubblico e privato, permetterebbe di evitare gli effetti collaterali di una corsa forzata e di garantire una transizione davvero inclusiva.
Conclusione
Spegnere il rame non significa soltanto aggiornare un’infrastruttura: vuol dire ripensare l’intero ecosistema digitale.
Se il passaggio alla fibra verrà gestito con visione e pragmatismo, potrà accelerare l’innovazione e ridurre le disuguaglianze.
Ma se verrà imposto per decreto, ignorando le differenze territoriali e industriali, rischierà di diventare l’ennesima riforma incompiuta: veloce nei proclami, ma lenta nei risultati.










