Il Fascicolo Sanitario Elettronico, conosciuto come FSE, è un progetto pensato per rendere la sanità italiana più moderna e digitale. L’idea è quella di raccogliere online tutta la documentazione sanitaria di ogni cittadino, così che medici e pazienti possano accedervi facilmente in ogni momento. Questo strumento, finanziato anche attraverso i fondi del PNRR, avrebbe il compito di migliorare l’efficienza del sistema sanitario e favorire una cura più personalizzata e veloce.
Tuttavia, nonostante le intenzioni, il FSE stenta a decollare e la sua applicazione risulta molto disomogenea tra le Regioni. È quanto emerge da un’analisi della Fondazione Gimbe, presentata durante il Forum Mediterraneo in Sanità, basata sui dati aggiornati a marzo 2025.
Attualmente, delle sedici tipologie di documenti sanitari previsti, solo quattro sono effettivamente presenti nel fascicolo in tutte le Regioni italiane: si tratta della lettera di dimissione ospedaliera, dei referti di laboratorio, dei referti radiologici e dei verbali di pronto soccorso. Gli altri documenti, come il profilo sanitario, le prescrizioni mediche e i referti specialistici, sono disponibili solo in alcune Regioni, e questo crea forti disuguaglianze.
Un dato emblematico riguarda la cartella clinica, che è inserita nel fascicolo solo in Veneto. In generale, nessuna Regione ha ancora caricato tutti i documenti previsti dal Ministero della Salute. Le Regioni più avanti, come Piemonte e Veneto, arrivano al 93% dei contenuti inseriti, mentre Abruzzo e Calabria sono ferme al 40%. Nel complesso, a livello nazionale, il fascicolo sanitario contiene il 68% dei documenti previsti.
Un altro punto critico riguarda il consenso dei cittadini: per poter funzionare pienamente, infatti, il FSE richiede che ciascun cittadino autorizzi l’accesso ai propri dati da parte dei medici. Finora, solo il 42% degli italiani ha dato il proprio consenso, con enormi differenze tra Nord e Sud. In Emilia-Romagna l’adesione raggiunge il 92%, mentre in Abruzzo, Calabria e Campania resta appena all’1%. Tra le Regioni meridionali, solo la Puglia supera la media nazionale con il 73%.
Anche l’uso effettivo del fascicolo è ancora molto limitato. Tra gennaio e marzo 2025, soltanto il 21% delle persone che avevano almeno un documento caricato lo ha consultato. Anche qui le differenze regionali sono forti: si va dal 65% degli utenti attivi in Emilia-Romagna all’1% nelle Marche.
Secondo Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, tutto questo dimostra che il sistema sanitario italiano, pur definendosi “nazionale”, non garantisce ovunque gli stessi diritti digitali. Per far funzionare davvero il FSE non basta la tecnologia: serve informare meglio i cittadini, spiegare loro a cosa serve il fascicolo, come usarlo e perché sia utile. Solo così si potrà colmare il divario tra le Regioni e far diventare il FSE uno strumento davvero utile per tutti.










