Il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ha recentemente rilanciato un’idea che unisce tradizione e innovazione: portare i pagamenti digitali, come il Pos, anche dentro le chiese italiane per consentire ai fedeli di fare offerte in modo tracciabile e moderno. All’estero, in Paesi come Gran Bretagna, Svezia o Stati Uniti, questa pratica è diffusa da tempo, mentre in Italia è ancora poco comune. Secondo Giorgetti, uno dei motivi è che le parrocchie per poter adottare il Pos devono essere registrate come enti del Terzo settore, cioè riconosciute fiscalmente secondo norme specifiche, seppur agevolate. Da qui l’invito alla CEI (Conferenza Episcopale Italiana) a valutare la questione con attenzione, magari come forma di stimolo – come ha detto scherzosamente lo stesso Giorgetti – in risposta a certe critiche della Chiesa sulle recenti scelte del governo, come quelle relative all’uso dell’8×1000.
In effetti, il tema si lega a doppio filo al meccanismo dell’8×1000, cioè quella quota di IRPEF che ogni cittadino può destinare alla Chiesa cattolica, allo Stato o ad altri enti religiosi. Fino a poco tempo fa lo Stato permetteva di scegliere tra cinque finalità d’interesse pubblico (fame nel mondo, calamità naturali, edilizia scolastica, beni culturali e assistenza ai rifugiati), ma da poco ne è stata aggiunta una sesta: la prevenzione e il recupero dalle dipendenze. Un ambito in cui molte realtà cattoliche sono già attive e che ora potrebbe vedere una forma di “concorrenza” con lo Stato, generando un certo attrito tra le istituzioni civili e quelle ecclesiastiche. Intanto, secondo le stime, per il 2024 la Chiesa cattolica dovrebbe ricevere circa 910 milioni di euro, in base a oltre 11 milioni di firme raccolte nel 2021. Tuttavia, si osserva un calo nelle preferenze per la Chiesa e un aumento per lo Stato, che nel 2022 ha raggiunto quasi il 27% delle scelte dei contribuenti.
Il dibattito si inserisce in un contesto più ampio: quello della digitalizzazione dei pagamenti, che ormai ha raggiunto ogni ambito della vita quotidiana, dai mercati rionali ai bagni pubblici, dai biglietti dei mezzi alle spiagge attrezzate. Eppure, nelle chiese italiane, le offerte sono ancora fatte quasi esclusivamente in contanti. Questo rappresenta un limite, soprattutto per i giovani e i turisti, che sono sempre più abituati a pagare tutto tramite smartphone o smartwatch. Alcune diocesi italiane hanno sperimentato il Pos per le offerte in chiesa, come a Chioggia o Venezia, ma con scarso successo, spesso a causa di problemi tecnici o della scarsa propensione dei fedeli locali ad abbandonare le tradizionali monete.
Diversa è la situazione in altri Paesi europei. In Gran Bretagna, ad esempio, circa il 35% delle donazioni in chiesa è oggi elettronico, con risultati tangibili: in certi casi, gli oboli sono aumentati anche del 97%. In Svezia e Polonia il sistema è molto più diffuso e i terminali elettronici sono presenti anche accanto ai candelabri votivi. Si tratta di un’evoluzione che favorisce trasparenza, tracciabilità e sicurezza contro i furti. Anche in Italia ci sono piccoli segnali di cambiamento, come nei mercati Coldiretti, dove si può pagare con il telefono anche una cesta di frutta. E allora, perché non estendere questa logica anche alle offerte religiose?
Giorgetti ha suggerito che, una volta tracciabili e legate ad enti iscritti al Registro unico del Terzo settore (Runts), le offerte digitali in chiesa potrebbero anche diventare deducibili o detraibili fiscalmente. In questo modo, i fedeli avrebbero un vantaggio concreto e le parrocchie maggiori risorse per sostenere progetti caritativi e sociali. Tuttavia, per farlo, dovrebbero creare un ramo specifico o fondare un’associazione iscritta al Runts, con un proprio statuto e codice fiscale. Una scelta che richiede impegno amministrativo e una valutazione dei costi-benefici, ma che è già percorribile in base alla normativa vigente.
Infine, Giorgetti ha toccato anche un altro tema: l’inefficienza dell’attuale sistema di riscossione fiscale da parte dell’Agenzia delle Entrate-Riscossione, che fatica a recuperare crediti per circa 25 miliardi di euro, di cui solo 6 realmente esigibili. Il ministro sta valutando l’ipotesi di istituire un nuovo ente dedicato esclusivamente alla riscossione per gli enti locali, dotato di competenze tecniche, infrastrutture digitali e collegamenti diretti con le piattaforme come Sogei e PagoPA. Una proposta che potrebbe rientrare in un più ampio piano di modernizzazione fiscale, anche se ha già sollevato le prime critiche politiche.










