In Italia la misurazione dei consumi d’acqua resta ancora fortemente disomogenea tra i diversi utilizzi della risorsa. Se per l’acqua potabile il 94% dei consumi è rilevato attraverso contatori, per gli usi irrigui, industriali e per le altre destinazioni i volumi non vengono misurati direttamente, ma ricostruiti attraverso stime, calcoli induttivi o portate teoriche desunte dagli atti di concessione. È quanto emerge dal paper “Resilienza idrica in Italia: dalla regolazione alla misurazione”, realizzato da Utilitalia e presentato nel corso del Festival dell’Acqua.
Lo studio traccia un primo bilancio dell’applicazione del macro-indicatore M0 “Resilienza idrica”, introdotto da ARERA con la Delibera 637/2023 per valutare la capacità dei sistemi di approvvigionamento di soddisfare la domanda dei territori anche di fronte agli effetti del cambiamento climatico. L’indicatore si articola in due componenti: M0a, che misura il rapporto tra consumi e disponibilità della singola gestione, e M0b, che estende l’analisi a tutti gli usi del territorio, da quello agricolo a quello industriale.
L’analisi si basa sui primi dati comunicati nel 2024 nell’ambito della raccolta dati che annualmente ARERA avvia relativa alla qualità tecnica e fa riferimento ad un panel di 84 gestioni, che servono oltre 43,4 milioni di abitanti, il 74% della popolazione italiana. Il campione si riduce a 62 gestioni, pari al 48% della popolazione, per la valutazione congiunta dei due indicatori, a causa della difficoltà di reperire le informazioni sugli usi extra-potabili; la carenza è particolarmente marcata nel Mezzogiorno, dove i dati disponibili coprono appena il 13% dei residenti.
Per quanto riguarda le fonti di approvvigionamento del solo uso idropotabile, si osserva che il 78% dell’acqua che arriva nelle abitazioni proviene dalle falde nel sottosuolo. Ma se si allarga l’orizzonte a tutti i diversi usi della risorsa, il quadro si ribalta, il 72% dei volumi provenienti dai corpi idrici superficiali (fiumi, torrenti e canali) è destinato al comparto irriguo e industriale
Dal punto di vista dei consumi, invece l’uso potabile, pesa appena per il 13% dei consumi complessivi: la quota più alta dei consumi spetta all’agricoltura (41%), seguita da altri utilizzi (40%) e dall’industria (4%). Invasi, riuso delle acque depurate e dissalazione restano ancora marginali.
Questa frammentazione delle informazioni rende più complessa la valutazione della resilienza dei territori e il raggiungimento degli obiettivi fissati da ARERA. Utilitalia propone quindi di estendere progressivamente la misurazione anche agli comparti che utilizzano l’acqua, coinvolgendo i diversi soggetti che gestiscono la risorsa, così da costruire un quadro più completo e affidabile della disponibilità e dei consumi. L’indicatore M0 deve trasformarsi in uno stimolo per una governance integrata della risorsa, dove tutti i soggetti coinvolti possono condividere la medesima piattaforma di dati reali, l’unica base scientifica su cui pianificare gli investimenti infrastrutturali necessari a mettere in sicurezza il Paese di fronte alla transizione climatica.










