Secondo un recente studio diffuso da Unioncamere e rilanciato da Borsa Italiana, le aziende che adottano tecnologie digitali mostrano una crescita della produttività del 12%. Il dato conferma l’urgenza — e l’opportunità — di una “transizione digitale” concreta per il sistema produttivo italiano.
Digitalizzazione: motore di efficienza
La relazione di Unioncamere sottolinea come le imprese che investono in processi digitali (software gestionali, sistemi di automazione, data analytics) vedano benefici misurabili in termini di valore aggiunto per addetto. Il +12% diventa ancor più rilevante se si considera che molte realtà manifatturiere italiane operano con margini contenuti e competono su scala globale.
Va inoltre evidenziato che l’effetto della digitalizzazione risulta rafforzato se accompagnato da investimenti nel capitale umano: formazione di dipendenti e manager rende le tecnologie realmente efficaci sull’operatività quotidiana.
Un’analisi precedente, condotta nel contesto dell’indagine “digitale e green spingono la produttività delle imprese” (Centro Studi Tagliacarne – Unioncamere), mostrava che:
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investimenti esclusivi in digitale permettono aumenti fino al 12 %;
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investimenti solo in sostenibilità ambientale portano a incrementi fino all’8 %;
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pratiche integrate digital + green, con formazione, possono arrivare a +14-17 %.
Queste “transizioni gemelle” (digitale + verde) emergono oggi come pilastri della competitività industriale.
Il contesto italiano: luci e ombre
Il +12% segnala un potenziale che, però, molte aziende stentano a cogliere. In Italia persistono divari strutturali sul fronte dell’adozione digitale, specialmente tra regioni e dimensioni aziendali: le PMI più piccole spesso faticano ad accedere a capitali, competenze e cultura di innovazione.
Una rilevazione recente indica che solo l’8 % delle imprese italiane utilizza effettivamente tecnologie di intelligenza artificiale, ben al di sotto della media europea.
Altro dato significativo: molte PMI considerano la digitalizzazione “importante”, ma non tutte hanno definito una strategia concreta.
In questo scenario, l’intervento pubblico, le iniziative territoriali (come i Punti Impresa Digitale delle Camere di commercio) e una maggiore collaborazione con il tessuto delle startup e dei fornitori tecnologici possono fare la differenza.
Impatti settoriali e regionali
L’effetto del salto di produttività non è uniforme: settori ad alta intensità tecnologica (meccanica, automotive, macchine, farmaceutica) sono naturalmente più pronti a coglierlo, mentre comparti tradizionali (artigianato, tessile) devono affrontare maggiori criticità strutturali nel rinnovamento.
Anche le regioni del Centro-Nord, grazie a infrastrutture migliori e reti di servizi, tendono a beneficiare prima e in misura maggiore degli aumenti di efficienza rispetto a quelle del Sud. Questo fenomeno rischia di accentuare ulteriormente la disparità territoriale se non affrontato strategicamente.
Il ruolo delle istituzioni e le sfide da affrontare
Per tradurre il +12 % potenziale in crescita sistemica del Paese, servono politiche che:
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Facilitino l’accesso alla finanza per la digitalizzazione, con fondi, garanzie e incentivi specifici.
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Supportino la formazione e il trasferimento di competenze digitali, soprattutto in imprese minori.
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Incentivino modelli collaborativi tra PMI, startup, università e centri di ricerca per sperimentazioni condivise.
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Promuovano interventi territoriali mirati, per portare la “maturità digitale” anche nelle aree più arretrate.
Allo stesso tempo, le imprese devono superare la mentalità del solo “upgrade tecnologico”: serve un vero ripensamento dei processi, della cultura manageriale e dei modelli di business, affinché l’adozione digitale non resti un “costo”, ma diventi leva strategica.










