Il piano tariffario “reciproco” annunciato ieri sera dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump porta la tariffa media statunitense sulle importazioni di beni da poco più del 2% dell’anno scorso a circa il 25%, il livello più alto dall’inizio del 1900. Lo si legge in una ricerca di UniCredit, firmata da Daniel Vernazza, Chief International Economist, così come riporta Borsa Italiana.
Secondo quanto annunciato ieri sera da Trump, gli Stati Uniti imporranno una tariffa minima del 10% su tutti i Paesi (in vigore dal 5 aprile), con molti dei quali dovranno affrontare tariffe “individualizzate” molto più elevate (in vigore a partire dai prossimi gironi). Alcune merci non saranno soggette a una tariffa reciproca, ma dovranno affrontare le proprie tariffe elevate. Tra queste rientrano acciaio e alluminio (già soggetti a una tariffa del 25%) e automobili (per le quali oggi entra in vigore una tariffa del 25%).
L’Ue sarà gravemente colpita, con una tariffa del 20% sulle esportazioni statunitensi. La Cina dovrà affrontare un’ulteriore tariffa del 34%, che si aggiunge al 20% già annunciato, portandola a un totale del 54%. Il Giappone dovrà affrontare una tariffa del 24%. Messico e Canada continueranno ad affrontare tariffe del 25% sulle loro esportazioni verso gli Stati Uniti che non sono coperte dall’accordo di libero scambio USMCA. Il Regno Unito dovrà affrontare la tariffa minima del 10%, mentre la Svizzera dovrà affrontare una tariffa relativamente alta del 31%.
UniCredit stima che il piano di tariffe reciproche porti la tariffa media (ponderata per gli scambi) su tutte le importazioni di beni dagli Stati Uniti dal 2,3% dell’anno scorso a circa il 25%, che è il livello più alto dal 1903.
“La tariffa media degli Stati Uniti salirebbe oltre quella registrata negli anni ’30, dopo che lo Smoot-Hawley Tariff Act del 1930 impose tariffe elevate su molti beni industriali, il che non fu un buon momento per l’economia statunitense e globale – si legge nella ricerca – L’economia statunitense all’epoca era molto meno integrata nelle catene del valore globali di quanto non lo sia oggi. L’aumento delle tariffe annunciato ieri è chiaramente su una scala molto più grande di quella implementata da Trump nel 2018-19, quando la tariffa media degli Stati Uniti aumentò solo di 1,4 punti percentuali, il che ebbe effetti minori sull’economia (gli effetti inflazionistici erano difficilmente percepibili a livello aggregato)“.
Alla luce di tutto ciò, secondo UniCredit, “la Fed si troverà nella difficile posizione di dover gestire l’aumento dell’inflazione e la crescita economica debole“.